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[ESTRATTI DAL PREPRINT di ‘L’identità personale tra immaginazione e realtà’, in V. Busacchi, G. Martini (a cura di), Tra immagine e parola. Passaggi e paesaggi, Fattore Umano Edizioni, Roma 2015 (ISBN 978-88-907-2285-1)].

«Per mare a essere se stessi mai si riesce»

H. Ibsen, Peer Gynt

Il non inusuale uso filosofico di intrecciare la tematica dell’immagine a quella dell’immaginazione mi permette di realizzare un’analisi – che vuole essere a carattere esplorativo e ad apertura interdisciplinare – sul ruolo dell’immaginazione nella rappresentazione e costruzione del sé soggettivo. Si dovrà procedere (1) da una prima problematizzazione in chiave filosofica della questione dell’identità, per poi, da un lato, (2) sondare il ruolo assunto oggi dal tema dell’immaginazione nelle più recenti ricerche dell’ambito delle scienze umane e delle neuroscienze, dall’altro, (3 e 4) sviluppare alcune incursioni filosofiche specifiche al fine di (5) mostrare, per colleganza e contrasto, l’utilità, attualità e fertilità sintetica della teoria dell’identità elaborata dal filosofo francese Paul Ricœur. Questa teoria antropologica non semplicemente fa perno problematico e teorico sulla dialettica immagine-immaginazione, ma restituisce in una formulazione originale e comprensiva tutta la poliedricità speculativa e scientifica del dilemma della formazione e costituzione dell’identità personale tra bìos, psiche e realtà, tra immaginazione, rappresentazione ed esperienza.

1.  L’identità individuale: artefatto immaginativo o realtà?

In filosofia il tema dell’immaginazione [distinta da fantasia ed inquadrata gnoseologicamente] fa capo ad una lunga e variegata tradizione speculativa che può essere fatta risalire ad Aristotele.

[…]

Il dibattito si è oggi arricchito, differenziato ed approfondito non solo grazie agli esiti delle ricerche scientifiche ma anche grazie alla tanta letteratura che non pochi dilemmi sull’identità e la personalità ha saputo riproporre, se non anche porre con originalità. Emblematico il caso del Peer Gynt di Henrik Ibsen (1867). Al centro dell’opera si pone il dilemma dialettico dell’immagine di sé (genuina o pretesa/esibita, frammentaria o sostanziale?), della ricerca di sé (tra interiorità e mondo, tra incertezza e affermazione), dell’approdo ad un baricentro

esistenziale (provvisorio/malfermo o stabile/solido?), della presa [per esperienza] su un momento di unità e riconoscimento (per fortuna/contingenza o per capacità/maturazione?). Le idee di soggetto identitario, di sé, di persona, trovano (al di là degli usi e delle differenziazioni semantiche e tecniche) un forte ed essenziale radicamento a livello di senso comune e di pratiche [auto-]comprensive [auto-]rappresentative e sociali. Epperò, a dispetto della loro evidenza intuitiva (familiarità, certezza cognitiva, immediatezza) – tutta la controversa problematicità, aporeticità ed enigmaticità emerge all’atto di una interrogazione attenta e aperta su natura, costituzione, dimensione, verità e realtà dell’identità. La questione si complica ancor più se sul tema si innestano le diverse prospettive teoriche e disciplinari e si lavora sul piano dell’intreccio dell’identità con i sistemi di valore [etici, civici, culturali] e visioni del mondo abbracciate (da un singolo, dal suo popolo, dal suo tempo). Che cosa è ‘identità personale’? Che cosa è una persona? Qual è la sua entità? Come si costituisce? Che cosa fa sì che una persona permanga tale nel mutamento, possa intendersi soggetto unitario nella pluralità vissuta/esperita, che rimanga riconoscibile come ‘la stessa persona’ nelle diverse [spesso diversissime] fasi della vita fisica, psichica, sociale e morale? Quando e come si forma il senso dell’identità propria, la comprensione di sé come individuo e persona? Fino a che punto possiamo parlare di una radice, di un nucleo unitario (io, anima, coscienza, memoria) e non invece di un aggregato incerto, provvisorio, instabile o di una soggettività stratificata? Le avventure di Peer Gynt riflettono questi dilemmi – dilemmi che hanno attraversato tutta la cultura tardo moderna giungendo fino a noi ancora non risolti… o, se si preferisce, secondo un ventaglio risolutivo ancora aperto, non pienamente armonizzato, problematico (si accosti, ad esempio, un Paul Ricœur ad un Jacques Lacan, oppure un George Herbert Mead ad un Gilles Deleuze). Peer vive tutta la contraddittoria, esaltante e dolorosa esperienza di una giovinezza sognante e problematica: è un contafrottole di piglio eroico, con un cuore ferito dall’assenza di un padre vizioso, sul filo perpetuo di un up quasi-maniacale, alla ricerca (non del tutto consapevole) della verità sull’enigma della propria identità, e della realizzazione come uomo (teso tra sé e la dispersione nel mondo, tra l’attrazione di un richiamo materno contraddittorio e regressivo e un “ritorno sulla terra” crudo, onirico ed allo stesso tempo luminoso… luminoso perché alla fine l’amore per una donna salva Peer; luminoso perché l’impietosa analisi e prova d’esperienza corrosiva e disgregatrice non impedirà l’approdo ‘salvifico’ nell’autodeterminazione). Non pochi temi d’interesse psicoanalitico e filosofico son “messi in scena” nelle opere di Ibsen, che scrive ben prima della scoperta dell’inconscio, e non solo in materia di identità e personalità tout court, ma di crisi moderna della soggettività (di senso, di valore…).

Al giorno d’oggi, la forte differenziazione e specializzazione dei saperi, lungi dal risolvere gli enigmi dell’identità, apporta ulteriori elementi complessificatori. Così, l’idea di inconsistenza e precarietà dell’io non trova solo motivo incisivo e stringente, di leva, nell’analitica lacaniana (ad esempio), ma può avvalersi anche del sempre più ricco e dettagliato quadro che le scienze del mentale e del cervello vanno definendo su meccanismi, dinamiche, funzioni, connessioni – con anche il rischio di un capovolgimento di prospettiva nel più radicale semplificazionismo (come accade nel lavoro del neurobiologo Jean-Pierre Changeux [Changeux 1981]). È necessaria molta attenzione e cautela in quest’opera di revisione, legata alla crescita dei nostri saperi sull’io, sulla coscienza, sulla persona – particolarmente in riferimento alle pronunce riassuntive e conclusive circa ciò che deve intendersi per persona, per coscienza, per io. Come la scoperta della fisica delle particelle e lo studio del ruolo dei campi elettromagnetici nella costituzione unitaria e determinata della materia e dei rapporti tra i singoli oggetti nello spazio nulla ha mutato dell’unità [nell’esperienza e nella comprensione] dei singoli oggetti, allo stesso modo perché non dovremmo pensare che

qualcosa di analogo è accaduto e deve intendersi in relazione all’identità individuale ed alla persona? In che modo i nuovi avanzamenti della neuroscienza possono attaccare, smentire o confutare quella proprietà unitaria/unificatrice che fa sì che ci si riconosca e si possa esser riconosciuti come quella persona “che noi siamo”, “che già ci è nota”, “di cui si è parenti” o “che si ha avuto occasione di frequentare sin da bambini” o “che è fatta così e così” e via discorrendo?

Epperò, che rapporto sussiste tra le multiformi e multidimensionali sfere della vita psichica e personale e l’espressione/rappresentazione unitaria dell’identità nell’idea di sé e nelle pratiche relazionali?

2.  Sviluppi delle ricerche speculative e scientifiche sull’immaginazione

Le ricerche più recenti intorno al tema dell’immaginazione corrono lungo il triplice asse Imagination, Mental Imagery e Self-representation, con un persistente, sostanziale, ancoraggio critico-riflessivo all’analitica scettica di Hume.

Ma ampio è il dibattito anche in ambito pratico – sul tema “Funzioni immaginative e sviluppo morale” e sul tema “Funzioni immaginative ed esercizio morale” (Martha Nussbaum: la distorsione degli interessi personali può portare ad un esercizio su base emotiva del giudizio morale: falsa rappresentazione/idea autogiustificativa, falsa costruzione motivazionale ecc. [Nussbaum M. 1990]).

[…]

  • Prima (libera) incursione filosofica: Carlo Sini, I segni dell’anima. Saggio sull’immagine

[…]

  • Seconda (libera) incursione filosofica: Virgilio Melchiorre, L’immaginazione simbolica

[…]

5.  Paul Ricœur: identità personale come dialettica narrativa del riconoscimento

[…]

6.  Conclusione

Perché reputo il modello ricœuriano dotato di una forza di sintesi superiore, capace di riassorbire in formulazione interdisciplinare, e nella quasi totalità, la problematica contemporanea (filosofica e scientifica) della relazione e dialettica immaginazione/identità? Perché il suo modello antropologico non è semplice ibrido interdisciplinare, ovvero frutto di un amalgama di frequentazioni extra-filosofiche. Il metodo ricœuriano stesso ha conformazione interdisciplinare: non è un’ermeneutica, non è una fenomenologia, non è un’analitica, non è una dialettica. E’ un modello epistemologico-ermeneutico la cui procedura si dispone – per dirlo schematicamente – secondo le funzioni esplicative delle scienze descrittive e le funzioni comprensive delle scienze umane e sociali. E vi è stretto intreccio tra metodo e ricerca antropologica. Ciò emerge con particolare ed immediata evidenza nel libro- dialogo con il neurobiologo Changeux (Ce qui nous fait penser. La Nature et la Règle, 2008).

Con Changeux Ricœur imposta la questione dell’identità personale seguendo una direttrice di ricerca che troverà pieno sviluppo nella monumentale opera del 2000 La mémoire, l’histoire, l’oubli, ovvero del rapporto [ontologico, gnoseologico, antropologico ed etico] mente- cervello. «[…] Per quanto mi riguarda – dichiara dialogando con Changeux il nostro filosofo (questo è un passo che cito spesso) –, sosterrò che un dualismo semantico ancor più sottile s’insinua tra i vissuti organizzati a un livello prelinguistico e le forme oggettive formalizzate […] di questo mentale dal debole contenuto ‘carnale’. Non è esagerato dire che il divario semantico è tanto grande tra le scienze cognitive e la filosofia quanto tra le scienze neuronali e la filosofia. Il divario tra vissuto fenomenologico e conosciuto oggettivo corre lungo tutta la linea divisoria tra i due approcci del fenomeno umano. Ma […] questo dualismo semantico, nel quale si esprime un vero ascetismo del pensiero riflessivo, può essere solo un punto di partenza. L’esperienza molteplice, ampia e completa, è fatta in modo che i due discorsi non smettano di essere correlati da molteplici punti d’intersezione. In un certo modo – che non conosco – è il corpo stesso a essere vissuto e conosciuto. È la stessa mente a essere vissuta e conosciuta; è lo stesso uomo a essere ‘mentale’ e ‘corporeo’. Da quest’identità ontologica può dipendere un terzo discorso che va al di là tanto della filosofia fenomenologica quanto della scienza» (Changeux J.-P. – Ricœur P. 1999, p. 27).

Come si può evincere, Ricœur distingue e connette nello studio dell’identità personale il discorso oggettivo dei saperi esplicativi, il discorso critico-intuitivo ed etico-pratico delle conoscenze comprensive e speculative, il discorso oltre-filosofico del poetico e del religioso. È in considerazione di ciò che la sua teoria dell’uomo non può/deve solo intendersi come una sintesi antropologica nuova e d’ampia portata (che pone al centro il termine-elemento ritenuto fulcro della instabilità e problematicità dell’identità personale, l’immaginazione, individuando nel processo dialettico la chiave di un nuovo disegno giustificante/esplicante la realtà dell’identità personale). La sua struttura metodologica pluriepistemica trasforma questo modello in una piattaforma flessibile capace di ospitare le istanze, le competenze e gli approcci dei saperi coinvolti nell’indagine intorno alle problematiche, alla natura, agli enigmi legati alle trasformazioni ed all’“entità” dell’identità personale, generando al tempo stesso un vocabolario complesso, favorevolmente unificante, ed una batteria ampia di registri e piani/livelli discorsivi utilizzabili dal neurobiologo, dallo psichiatra, dallo psicoanalista, dallo psicologo, dal fenomenologo, dall’antropologo, dal filosofo della mente…

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