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Adriana Cavarero, Il canto delle Sirene, Castelvecchi, Roma 2025, 112 pp.
Creature semidivine, secondo la tradizione figlie della musa Melpomene (o della stessa Mnemosine) e del dio fluviale Acheloo, legate alla storia del rapimento di Persefone, di cui sarebbero state le ancelle, e perciò punite da Demetra per non aver impedito il rapimento della figlia, nella mitologia greca le sirene sono esistenze ibride legate al culto dei morti e al terrore per l’Ade, ma sono anche connesse ai miti di fondazione di città affacciate sul mare (Partenope è una sirena) o alle storie di passaggi marittimi pericolosi (nella vicenda degli Argonauti le sirene sono vinte da Orfeo in persona). Archetipi della femmina che seduce e strega nell’atavica sottomissione alla violenza della natura, l’iconografia antica le ha rappresentate come donne con corpi di uccelli e artigli bene in vista, quasi delle arpie, tremende e potenti; parallelamente e poi soprattutto successivamente le sirene hanno assunto anche code di pesce e così sono entrate nel folklore e nelle rappresentazioni popolari, consegnate a film e storie, ma anche a mode e cliché.
L’ultimo libro di Adriana Cavarero, filosofa femminista italiana di gran spicco, anche internazionale, dedicato a Il canto delle sirene, si presenta esplicitamente come un “divertissement” (p. 77, nota 6) e fin dalle prime pagine dichiara di voler essere “programmaticamente fazioso”, guidato “da una domanda tendenziosa” (p. 9) che capovolge la storia, per considerarla dalla prospettiva del canto delle donne, ossia prendendo partito per l’armonia di un essere insieme e ascoltarsi rispondendosi, mentre magari si sta facendo altro, più che secondo il punto di vista dell’incantamento e dell’incantesimo cui soggiacciono gli uomini, ovvero secondo la fascinazione regressiva per le forze primordiali che attraggono, asservendo e risucchiando nell’indistinto. Si tratta, per Cavarero, di focalizzare l’attenzione sulle sirene stesse che cantano, sulla potenza della loro voce, più che su Odisseo e i suoi marinai, che invece ascoltano, incantati o meno, che resistono o rischiano di cedere, attivando gli intrighi del loro logos per non soccombere al mondo vitale delle potenze caotiche della natura: la voce e il canto sono perciò al centro di questa proposta di lettura, più che la ragione e l’astuzia.
La storia dell’incontro di Ulisse con le sirene ha affascinato l’immaginario collettivo ed è stato spesso oggetto di rielaborazioni artistiche e letterarie. Il Novecento ha sondato in particolare il tema della femme fatale, che si afferma come modello insieme temuto e ambito. Da filosofa politica, Adriana Cavarero riattraversa la celebre lettura di Adorno, che nel mito individua la liberazione dalla barbarie arcaica nel processo formativo di emancipazione dell’individuo, smascherando peraltro i tratti violenti e oppressivi del dominio: di sé, degli altri, della natura assoggettata, anche della propria stessa natura di essere vivente. Da antichista e studiosa di Platone, Cavarero considera anche il Fedro, evocato peraltro in quello che sembra il mito contrario delle cicale, ossia la storia di chi muore cantando nell’ora panica del meriggio estivo, avendo dimenticato il bisogno primario di nutrirsi. Non si dimenticano i letterati e, dopo Cicerone e Dante, che piuttosto esaltano l’intelligenza di Odisseo, è Kafka a rappresentare la svolta, con il suo mettersi decisamente dalla parte delle sirene, con il suo Ulisse avventuriero ridicolo, preso a zimbello dal loro tacere. Neanche per Brecht, sottolinea Cavarero, le sirene cantano, ma perché in realtà avrebbero voluto farlo per i naviganti ai remi e non certo per l’uomo solo al comando. Se per Blanchot le sirene sono ormai imprigionate nell’Odissea, cantate dal poema che nasce dall’incanto per l’abisso, per Eliot, invece, le sirene cantano per un altro mondo, per loro stesse, non certo per chi è solo di passaggio.
Ma chi canta davvero nel mondo antico? Adriana Cavarero ci ricorda, attraverso i grandi testi della classicità, che sono in realtà le tessitrici a cantare, insieme al bel canto della spola, quel ritmo ripetitivo e forse inebriante almeno quanto la risacca delle onde o lo sciacquio dei remi sul mare in bonaccia. In Omero, Calipso tesse cantando e anche Circe non solo accompagna con il canto le sue tele, ma anche trama l’inganno alle Sirene e lo suggerisce a Odisseo. Filando lo svolgersi delle esistenze, le Moire cantano il passato della nascita, il presente dell’intreccio vitale, il futuro del filo che sarà tagliato nella morte: il canto allora tesse la storia della vita stessa. Tesse anche Elena le storie degli Achei narrate nell’Iliade, ma soprattutto, come è noto, tesse Penelope, la più celebre delle figure omeriche al telaio, e verosimilmente canta anche lei mentre la sua tela continuamente disfatta racconta la sua storia di attesa, mentre tiene peraltro in scacco i suoi pretendenti e intanto guida la casa, il figlio e le ancelle.
Ed ecco il colpo di scena nell’ultimissima pagina del saggio di Adriana Cavarero: e se fosse Penelope la vera autrice dell’Odissea? Lei la sirena, lei la parca, lei l’Aracne della situazione, quella fantasticata giovane trapanese che già Samuel Butler nel 1897 aveva ipotizzato essere la vera autrice dell’Odissea, o quella figlia di Omero, che il grecista Robert Graves, in un suo romanzo, aveva identificato in Nausicaa. “Se questo è il gioco”, così l’ultima riga dell’ultima nota, “in termini di divertimento letterario […] mi pare che Penelope meriti una chance” (p. 98).
Recensione di Gabriella Baptist









