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I film più belli non sono quelli che rappresentano una storia preesistente vera o inventata, sono quelli che partono da una emozione e che da questa si cercano la loro storia che rifletta il sentimento iniziale dell’autore. Quello che conta in un film non sono i colpi di scena ma i colpi di linguaggio cioè le invenzioni visive. Centinaia di film dalle belle trame romanzesche risultano al dunque inutili mentre solo alcuni con piccole storie raggiungono un livello poetico che li rende immortali.
Si vedano i casi del primo film di Truffaut I 400 colpi e del primo film di Godard Fino all’ultimo respiro, opere di ispirazione diversa tra loro ma basate entrambe su piccoli soggetti attraverso cui esprimono la visione del mondo dei rispettivi registi. Quanto più si convertono alla trama tanto più alcuni registi perdono la loro iniziale carica poetica, cosa che si vede in modo esemplare in un Wenders e questo perché come diceva a suo tempo Ferdinand Lèger “il peccato della pittura è il soggetto e quello del cinema è la sceneggiatura”.
Oggi il cinema come linguaggio autonomo dal significante “aperto” non esiste più perché soffocato dalla politica produttiva hollywoodiana fondata sui generi a partire dagli anni Trenta, una politica che imponeva significati univoci con intento non poetico ma soltanto di produrre spettacolo e intrattenimento. Questo accadeva dopo la stagione di cinema puro del biennio 1928-29 (Murnau, Dreyer, Sjostrom), vale a dire dopo una concezione di cinema come linguaggio autonomo che sarebbe stata ripresa dagli autori della nouvelle vague francese e poi di nuovo abbandonata a vantaggio dei film di genere i quali sono blocchi di cemento impermeabili alla penetrazione dell’inconscio degli spettatori, sono opere chiuse anche se ben fatte ai soli fini di puro intrattenimento.
Dagli anni Settanta in poi la supremazia dei generi domina la produzione mondiale e non parla più all’inconscio (salvo casi come Lynch o prima anche Bergman o il nostro Fellini amante di Jung) Insomma i film dovrebbero essere come i quadri di Rotko o di Van Gogh, insomma opere tra il “tra” e “l’oltre “, tra il visibile e l’invisibile. Il cinema dovrebbe essere come la siepe di leopardiana memoria evocata da Emilio Garroni. Dovrebbe evocare e non dire, suggerire e non mostrare e farlo con le immagini senza il supporto di altre arti, immagini cariche di fascino e di mistero dal potere quasi ipnotico. Questo è quello che dovrebbe tornare ad essere il cinema prima che sia tardi e che subentri in maniera irreversibile la dominante supremazia globalizzata nemica della poesia in atto da qualche anno da parte di Netflix al quale interessa soltanto il puro intrattenimento seriale come erano una volta i feuilletons a puntate sui giornali popolari.







