Presentato al Convegno Tempo: memoria, identità, linguaggi tenutosi all’Università Roma 3 il 6 – 7 novembre 2025

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  1. L’esperienza corporea di sé nel tempo

Nelle lezioni sull’intersoggettività del 1910/11, Husserl si affida al verbo vorfinden per dar conto dell’esperienza corporea di sé.  Tale verbo rimanda a una particolare condizione dell’io corporeo: implica, cioè, che l’io possegga i propri atti e contenuti d’esperienza senza, però, poter disporre di sé. L’io corporeo è estroflesso: trova [cito] «come già dati in sé i propri contenuti e i relativi atti enunciativi, ma non può rinvenire (vorfinden)sé stesso come qualcosa di equiparabile a ciò che possiede».  

Come può l’io riconoscersi e dirsi “io” se è solo possessore di atti e non dispone di sé?

La risposta di Husserl chiama in causa il tempo, anzi il ricordo; la dimensione del passato sembra, allora, il primo veicolo identitario per la corporeità vivente (Zahavi).  Ma già qui, nel rapporto fra ricordo e consapevolezza di sé, si delinea una complicazione interessante che coinvolge tutti i momenti temporali: ogni avuto e ogni aver-avuto hanno posizioni temporali (ossia ogni contenuto del ricordo ha modalità temporali diverse: l’appena stato, il già passato, il trapassato, in cui l’io sprofonda tramite la memoria, o con cui si lega nel presente tramite la rimemorazione e lo stesso futuro predelineato da alcune rimemorazioni).

Si intravede qui la differenza fra flusso temporale (la forma del tempo) e posizioni temporali (ovvero le modalità temporali dei vissuti che nascono e muoiono nel continuo fluire della vita cosciente). Tale differenziazione rimarrà una costante nel pensiero husserliano, influendo sul modo di concepire non solo l’identità corporea, ma anche quella del soggetto trascendentale, da un lato, e porterà a riflettere sulla temporalità chiamando in causa il rapporto fra continuo e discreto, dall’al­tro.

2. L’unità dinamica dell’io corporeo e dell’Io trascendentale

Il duplice statuto del tempo – il suo fluire (forma) e le sue diverse posizioni (modali) – rimanda ad una identità del sé sempre prospettica, dinamica, stratificata, differenziata, ad un’identità intesa come continuo ponte fra medesimezza nell’unità e differenza nelle modalità temporali.

La compiuta esplicitazione fenomenologica di questa dinamica credo sia da ricercare nei tardi Manoscitti C (1929-1934), in cui Husserl riflette sul tempo come fenomeno originario, soffermandosi sulla struttura del presente vivente o presente fluente. Il presente vivente è caratterizzato dal continuo intreccio di unità e differenza e riflette il modo in cui si costituisce il soggetto, ovvero come incessante differenziarsi in sé stesso e come costante ritrovarsi in comunanza con sé stesso. Il riconoscimento di sé si basa, dunque, sulla polarità di identità e differenza. Nei Manoscritti C l’inseparabilità di ‘differenza’ e ‘coappartenenza’ si annuncia già nell’analisi del presente vivente percettivo, quello legato al rapporto mondano dell’io (Klaus Held). In questo contesto l’alternarsi di appartenenza e differenza è affidato all’avverbio zugleich (in italiano: al tempo stesso), perché esso esprime l’ambivalenza costitutiva del tempo. Mostrando un’immediata prossimità temporale, lo zugleich contiene sia le differenze dell’ora, dell’appena stato, e di ciò che è incipiente, sia la loro unità fluente (C3 Text n. 8).  Nel momento in cui l’io è presso di sé è anche fuori, già lontano e differenziato da sé in altre posizioni e modalità temporali. Rimandando alla propria unità, l’io è sempre al tempo stesso (ecco l’importanza dello zugleich) rimandato alla sua nuova o diversa modalità temporale, corrispondente al suo diverso fungere intenzionale.

3.Continuo e discreto

Ho precedentemente detto che la duplicità della temporalità, ossia essere forma del fluire ed essere modalità e posizione dei vissuti, dei contenuti psichici, ha coinvolto anche la tematica del rapporto fra continuo e discreto.

La distanza dalla visione discreta del tempo, risale alle Lezioni sulla coscienza interna del tempo del 1905 e diventa evidente nella critica alla teoria brentaniana del tempo. Brentano privilegia il concetto di discreto (singolo suono) e non riesce a dar conto del modo in cui possa il singolo suono possa entrare in rapporto con la “continuità” di una melodia: i singoli suoni si collocano nella melodia solo come atomi percettivi, la cui durata corrisponde a quella degli stimoli nervosi, e sono intervallati da vuoti sensoriali. Alla visione atomistica e discreta della durata temporale dei suoni, Husserl ne contrappone una continuista, basata su una duplice modalità dell’infinito: potenziale ed attuale.

Nel § 81 del primo libro di Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica è esplicitata la differenziazione fra il piano della temporalità, connesso al nascere e al morire dei vissuti e dei contenuti temporali, e quello della forma temporale dell’Io puro, evocando per quest’ultima la kantiana regolatività dell’ideazione razionale. Ed è proprio l’ideazione razionale a esibire il continuo come infinito potenziale, ossia infinitamente aperto a contenuti temporali sempre diversi, enumerabili all’infinito.

D’altro canto, i vissuti temporali, le loro durate, pur intese come “punti”, sono [cito] «fasi limite [della] continuità» delle varie modalità temporali; i punti temporali hanno un’estensione e un’intensità continuativa. Ogni punto è la fase limite di un continuo che lo compone dall’interno. A ogni impressione, nella quale è dato il vissuto dell’adesso, ‘s’aggiunge’ una nuova impressione, corrispondente ad un punto continuativamente nuovo della durata; ininterrottamente l’impressione si trasforma in ritenzione, quest’ultima in ritenzione modificata, e così via. A ciò va aggiunta la direzione contraria delle trasformazioni continue che caratterizzano i punti temporali, per cui, si può dire:al proprio interno il discreto si struttura come continuità relazionale: ad una stessa durata del ricordo di un suono, ad esempio, corrisponde il continuo delle ritenzioni con tutte le loro intensità e variazioni modali. Da questo deriva la visione della coscienza temporale come sempre piena, priva di vuoti. Il passato di un vissuto è un orizzonte pieno – scrive Husserl –, esso è ‘continuativamente pieno’, come lo è qualunque altro punto temporale. Ogni punto e ogni momento (l’ora, il prima, il dopo e tutte le loro modalità) sono, in realtà, insiemi attuali di infinite relazioni temporali. La struttura formale del tempo, allora, l’infinito potenziale comprende in sè più infiniti temporali, quelli dei singoli punti ora, dei singoli punti ‘prima’ e ‘dopo’ e delle loro possibili modalità.

In conclusione vorrei rimarcare quanto segue:

Sulla base della pienezza temporale della coscienza, Husserl può affrontare il tema dei concreti vissuti temporali affidando loro inizio e fine graduali e, come già detto, non solo una gradualità intensiva, ma anche una varietà modale continua, ovvero il loro passare dalla ritenzione o dalla rimemorazione, all’ora, all’attesa, senza interrompere il flusso temporale. S‘instaura un rapporto fra continuo e discreto in cui il discreto (il singolo vissuto temporale puntiforme) non rappresenta una cesura contrapposta al continuo, ma è esso stesso un insieme di relazioni, che continuativamente trapassa in altri ‘insiemi’ relazionali.