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Il sogno è un regalo che l’inconscio fa all’io, è un regalo i cui contenuti si situano fuori dallo spazio e dal tempo ordinari; hanno radici che affondano nel mito, nella struttura archetipica dell’uomo; affondano mi verrebbe da dire nella natura. E quando dico natura penso ad un’accezione del termine physis – che noi impropriamente traduciamo con natura intendendola come un insieme di cose contrapposte all’uomo, cos’è per noi natura se non ciò che ci sta di fronte? Ciò che noi possiamo contemplare, manipolare anche stravolgere?.
Nell’Odissea, invece, la physis assume un significato particolare.
Nel libro decimo dell’Odissea L’Argifonte, ovvero Ermes, strappando dalla terra un’erba ne mostra la physis ad Odisseo: ne mostra la radice nera e il fiore, simile al bianco latte, moli la chiamano gli Dei; la physis della pianta si può, allora, mostrare, se ne mostrano le origini (la radice nera) e il processo di crescita, di sviluppo e di accrescimento (il fiore bianco latte). La sua physis è antidoto contro gli incantesimi di Circe, contro i malanni dell’animo.
Mi verrebbe da dire: i sogni vengono dalla physis dell’umano, dalle sue radici profonde, oscure e dalle stratificazioni mitiche, poetiche, immaginifiche, favolistiche, stratificazioni che “sbocciano” nel fiore bianco-latte dell’inconscio.
Questo aspetto dell’attività inconscia, come generazione, produzione, crescita di dimensioni meta e superindividuali, si lega in Jung alla critica della visione personalistica dell’inconscio e dei sogni.
Così scrive Jung in 7. Aspetto psicologico della figura di Core del volume 9 delle Opere, dedicato aglii archetipi dell’inconscio collettivo.
«Alla totalità appartiene anche la psiche inconscia, che ha le sue esigenze e le sue necessità vitali non meno della coscienza. Io non vorrei interpretare l’inconscio in senso personalistico, dicendo per esempio che le immagini di fantasia […] sono “appagamenti di desideri” di natura rimossa. Queste immagini in quanto tali non erano precedentemente coscienti e non potevano quindi nemmeno esser rimosse. Io concepisco l’inconscio piuttosto come una psiche impersonale comune a tutti gli uomini, anche se si manifesta attraverso una coscienza personale. Per il solo fatto che ognuno respira, la respirazione non è un fenomeno che si debba spiegare individualmente [potrei dire: il sogno è respiro cosmico il cui ritmo si articola nelle sistole e diastole dell’inconscio dei singoli]. Le immagini mitiche – continua Jung – appartengono alla struttura dell’inconscio e sono di possesso impersonale: e la maggior parte degli uomini sono da esse possedute, anziché possederle». (Jung, Carl Gustav. Opere complete (Italian Edition) (pp. 4836-7). Bollati Boringhieri. Edizione del Kindle).
Come dicevo all’inizio, il sogno è un regalo prezioso cha l’inconscio fa all’io ed è molto più vasto, ricco, ampio rispetto all’io stesso.
Potrei dire in generale i personaggi del sogno sono istanze della psiche del sognatore, l’inconscio creerebbe una sorta di rappresentazione teatrale all’interno della quale si scelgono gli attori per rappresentare le proprie istanze, istanze volte per lo più a rispondere alle domande dell’io, il sogno dunque attinge elementi dal profondo della psiche per comporre opere d’arte, opere teatrali, “drammi” di cui il sognatore è regista-attore-spettatore. È regista-attore di sempre nuove sceneggiature nelle quali fondamentali sono le relazioni e connessioni fra i personaggi – istanze, i personaggi-bisogni, i personaggi-desideri, i personaggi-paure e angosce, i personaggi-erotici, i personaggi-aggressioni della propria psiche. La cosa più importante del sogno allora è data dalle relazioni e connessioni che mette in opera, relazioni e connessioni fra i suoi personaggi-istanze. La novità che l’inconscio trasmette, potremmo dire la dote nunziale, che l’inconscio offre all’io incontrandolo nei sogni, è costituita proprio dalle sempre nuove connessioni e relazioni dei suoi personaggi-istanze.
Si potrebbe guardare al sogno come a un quadro e fra i quadri ai quadri di Marc Chagall nei quali ci sono contemporaneamente più tempi e più personaggi spesso ripetuti.
In un incontro di supervisione sui sogni di pazienti la psicologa e psicoterapeuta Camilla Albini Bravo ha affermato in modo per me suggestivo: «se prendiamo il quadro famoso di Marc Chagall, quello degli innamorati/sposi che volano, possiamo dire che quando il gallo canta, il suonatore è sul tetto e la luna fa volare gli sposi, possiamo, tuttavia, anche dire che quando gli sposi volano allora il gallo canta e la luna sorge spuntando dal tetto, oppure possiamo dire che quando il suonatore va sul tetto per suonare, allora gli sposi iniziano a volare e il gallo a cantare».
Si tratta, cioè, di guardare gli stessi elementi onirici facendo giocare connessioni sempre diverse; le connessioni poi non devono o non vogliono stabilire un nesso di causa ed effetto fra singoli elementi, ma permettono di guardare contemporaneamente a più elementi e alle loro dinamiche da molteplici punti di vista; possiamo guardare costellazioni di elementi onirici con prospettive diverse e co-implicantesi. Guardare alle connessioni consente allora la formazione di geometrie simboliche sempre diverse, il sogno diviene natura plastica, direi: fioritura sempre diversa dell’erba moli. Il sogno diviene natura, in latino nascor, il canale generativo dell’animale femmina, o forse natura naturans per avvicinarmi il più possibile alla physis generativa e produttiva dell’arcaicità greca.








