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3. La dialettica tra rappresentabile e irrappresentabile nella psicoterapia con lo psicotico
Si pone ora la questione di come le nuove concezioni dell’inconscio abbiano influenzato l’analisi dei pazienti psicotici, sebbene come si è visto non vada ignorato il movimento contrario, vale a dire il contributo della clinica delle psicosi a una modellizzazione dell’inconscio.
Per introdurre riassuntivamente la questione –da un punto di vista di teoria della clinica- si potrebbe affermare che sul piano clinico si è giunti per vie diverse a una valorizzazione dell’essere con (il mit dasein della psichiatria fenomenologica), che tuttavia non si pone in termini ateorici e intuitivi, bensì come posizione terapeutica che si costituisce dopo un articolato (e sofferto) attraversamento delle teorie e può dunque in piena legittimità definirsi post teorica.
Nel contempo, ponendo come vertice del lavoro clinico il concetto di inconscio non rimosso o irrappresentabile, si è forse divenuti più consapevoli di come, se da una parte tale lavoro richiede inevitabilmente una maggiore attenzione alla dimensione prelinguistica e sensoriale, dall’altra è proprio la costruzione della rappresentazione a costituirne la finalità.
Insomma, risulta a tal punto abbastanza evidente, all’interno di un lavoro destinato a sostare lungamente nel sensoriale e nell’indifferenziato, l’importanza di consentire al pensiero rappresentazionale di emergere progressivamente da questo oceano magmatico, prima in forma di isole sparse, poi comunicanti, sino a configurare un nuovo territorio psichico in grado di proteggere dal naufragio.
Nella mia prospettiva, la psicoterapia dello schizofrenico si gioca proprio nella possibilità di un passaggio continuo dal livello della irrappresentabilità, ove i processi ristrutturanti sono espressi dal contenimento, dalla revêrie, dalla comunicazione sensoriale e dalla fusionalità, ad un altro livello in cui le rappresentazioni prendono forma attraverso una paziente, prudente e progressiva attivazione delle capacità simboliche (Martini, 2011).
La psicoterapia analitica della schizofrenia (ma in tal caso il discorso è senz’altro estensibile a tutte le psicosi) si mostra così come terreno di incontro tra le psicoanalisi dell’irrapresentabilità (tra cui porrei, ad es., quelle di derivazione bioniana e alcune d’ambito francese) e le psicoanalisi dell’intersoggettività, mostrando come il lavoro sulle aree più indifferenziate dell’inconscio che prevede il ricorso non solo a una posizione empatica, ma anche unipatica e fusionale, e il lavoro centrato sulla relazione (empatica sì, ma per ciò stesso differenziante) con sconfinamento marcato a livello dell’io, della coscienza e del campo bipersonale, rimandino necessariamente l’uno all’altro secondo una articolazione dialettica che non può certo arrestarsi su di una delle due polarità, ma semmai privilegiare ora l’una ora l’altra in relazione agli sviluppi assunti in un certo momento dalla relazione clinica.
Il terapeuta si immerge nell’inconscio senza forma, poi torna in superficie, sul terreno della quotidianità, nella speranza di riuscire a costruire quella “terra di mezzo” di cui il pensiero schizofrenico risulta particolarmente carente: l’inconscio rappresentazionale o, in altri termini, la dimensione fantasmatica. Occorre creare connessioni tra il reale asimbolico e l’informe. Da questo punto di vista la psicoterapia della schizofrenia deve prevedere momenti di totale assenza della soggettività, in cui la soggettività stessa del terapeuta è chiamata a scomparire in una sorta di “terzo indifferenziato”[1], e momenti in cui è forte il richiamo, anche a carattere pedagogico, al riconoscimento di quelle stesse soggettività e della alterità.
Per questa ragione non è sufficiente far emergere la rappresentazione in forma slegata dal suo fondamento magmatico. Al contrario, la capacità rappresentazionale deve saldarsi con la disponibilità a tollerare e accettare il limite dell’incomprensibile. Infatti, se la non evidenza, la perdita del senso del sé e del mondo, rimangono l’atto fondativo del processo schizofrenico, è pur sempre vero che la rappresentazione “slegata” dal mondo interno ne rappresenta il più frequente tentativo “autocurativo” che si sostanzia nella narrazione delirante. Il terapeuta tenta di distanziare il suo paziente dal rischio di incappare di nuovo in questi due scogli parimenti insidiosi, il vuoto e il delirio, guidando la zattera su cui lui stesso è costretto a navigare.
Ma come è possibile per la rappresentazione simbolica emergere attraverso la relazione? Vorrei fare un breve cenno a tre punti a mio avviso di valore paradigmatico, che ci rendono attenti alla possibilità\necessità di lavorare, talvolta contemporaneamente, talvolta in sequenza, su tre piani: il piano dell’irrappresentabile, il piano dell’inconscio rappresentazionale, e il piano della narrazione (che, seppur nei limiti e con le riserve già indicate, rimanda[2] più direttamente alle dimensioni della coscienza e dell’intersoggettività).
a) L’irrappresentabile: simboli in cerca di un simbolizzatore
Lo schizofrenico vive in una sorta di interscambiabilità degli oggetti e talora degli affetti, come se tutti appartenessero ad un’unica indistinta classe. È qui che emerge la particolarità dei suoi processi simbolici, essendo egli costantemente a rischio di perdere la percezione del “come se” metaforico e di approdare in un luogo in cui ancora non si siano dati i confini tra sé e mondo, e dunque nemmeno tra simbolo e simbolizzato. Questo si traduce in un pensiero concreto che talora produce, paradossalmente, immagini particolarmente pregne di valore simbolico. Ma forse tali sono soprattutto per chi le recepisce: quand’anche ricche e immaginifiche, esse rischiano infatti di sganciarsi dal soggetto che le produce. I simboli senza simbolizzatore (Martini, 2011) indicano la possibilità che anche il paziente schizofrenico produca immagini che appaiono altamente simboliche, sia pur a seguito di un processo di simbolizzazione indubitabilmente alterato. Queste immagini pescano nel magma dell’irrappresentabile, ma faticano a distanziarsene, stante il venir meno dell’altro polo della dialettica psichica, la rappresentazione. Esse vengono così ad assumere un’esistenza anarchica, sganciata dall’Io-simbolizzatore, di modo che il loro stesso autore viene a non avere coscienza del carattere simbolico di suddette immagini, percepite piuttosto come oggetti concreti. E’ a questo punto che può entrare in gioco l’analista, nella consapevolezza che il modo simbolico è «un procedimento non necessariamente di produzione ma comunque e sempre di uso del testo» (Eco, 1981), e che dunque la differenza, tra il segno, inteso come mero sintomo, e il simbolo può essere posta in relazione al «terzo termine della funzione di significazione» (Langer, 1969). Ciò che può fare la differenza è insomma la modalità di recepimento da parte del soggetto-interprete.
Un’immagine prodotta da un paziente schizofrenico e per lui prevalentemente segnica, cioè legata a una concretizzazione della metafora, può essere convertita in simbolica all’interno della dimensione dialogica della psicoterapia. All’analista spetta così il compito di ampliare, ma più spesso di creare, la dimensione simbolica del discorso schizofrenico, fornendogli una valenza metaforica o immaginifica. Nel primo caso (l’ampliamento-disvelamento) il simbolo rinvia, seppur attraverso un percorso personale che lo differenzia dall’universalità del segno, ad uno specifico significato, che lo correla ora con la pulsionalità, ora con la corporeità, ora con la relazionalità; nel secondo (la creazione) esso invece “non significa nulla”[3] in quanto è piuttosto apertura, informe e indefinita, al mondo emozionale. Il disvelamento interpretativo comporta il rischio che la metaforizzazione del discorso schizofrenico (sempre potenzialmente arbitraria!) possa essere sottoposta a un nuovo processo di concretizzazione, mentre quando il lavoro privilegia la dimensione immaginifico-emotiva non solo si riduce il pericolo di una ricaptazione delle parole del terapeuta all’interno di un orizzonte delirante, ma diviene anche più agevole la messa in contatto tra rappresentabile e irrappresentabile.
Il difficile, magari talora impossibile, compito della psicoterapia degli schizofrenici sta dunque proprio nella capacità di restituire, attraverso il filtro del rapporto interpersonale, valenza simbolica a immagini la cui apparenza è tale, ma che, per chi le produce, altro non sono che oggetti concreti. Esso si traduce nel passaggio dall’irrappresentabile alla rappresentazione: quanto è indefinito, confuso, astratto e illimitato e insieme iperconcreto può transitare, attraverso la traduzione del terapeuta, una dimensione simbolica. E’ qui che assume particolare valore il gioco interpretativo, nel senso che a tale termine può essere assegnato a partire dai riferimenti che possiamo cogliere in autori quali Salomon Resnik (2003) in campo psicoanalitico, o Hans Georg Gadamer (1972) in ambito filosofico: una interpretazione consapevolmente libera, ipotetica, ma che si dà all’interno di un campo affettivo e relazionale, in un interscambio tra testo e interprete, che può richiedere ora il primato, ora la messa tra parentesi di quest’ultimo.
b) L’inconscio rappresentazionale: il sogno
Si afferma abitualmente che l’esperienza del sogno testimonia, nello psicotico, l’emergere di una capacità rappresentazionale quasi scomparsa nella psicosi acuta. Proprio questa emergenza, di per sé, appaierebbe il sogno al delirio, ma bisogna riconoscere che il primo mantiene una maggiore mobilità, una più stretta connessione col vissuto emotivo-affettivo e non è incarcerato, come il secondo, da una perversa alleanza tra il sé narrante e l’inconscio irrappresentabile che esclude l’inconscio rappresentazionale, e determina la irriducibilità e l’incorreggibilità del delirio stesso. Nel ribadire come caratteristica del processo psicotico proprio la mancanza dell’anello intermedio tra irrappresentabile e coscienza, vorrei precisare come solo una parte, ma non la totalità di tale anello, è rappresentata dall’inconscio rimosso.
Franco De Masi, pur partendo da un’idea di inconscio non dissimile, ha molto enfatizzato come «negli stati psicotici i ‘sogni’ manterrebbero la caratteristica di essere tentativi di costruzione (dal caos alla formulazione di significati), destinati tuttavia a fallire e a rimanere inutilizzati perché manca la funzione del pensare» (De Masi, 2006, p.79), ipotizzando che «esistano sogni ‘predittivi’ che anticipano l’entrata nello stato psicotico e che precisano i contenuti che saranno basilari nella costruzione delirante». Occorre dunque «trattare questo tipo di materiale come se fosse delirio»(p.94).E’ però importante evitare di considerare in tale modo tutti i sogni dei pazienti schizofrenici. Lo stesso Autore segnala appunto come «nell’analisi del paziente psicotico dobbiamo stare attenti a distinguere il sogno-pensiero, che è espressione della funzione normale dei sogni, e il sogno-delirio, che ci avverte del modo in cui si sta trasformando l’esperienza percettiva del paziente che lo porterà alla psicosi clinicamente evidente» (p.146).
Da parte mia, vorrei anche evidenziare come lo stesso «sogno-delirio» sia comunque un processo mentale che va al di là del delirio propriamente detto. Forse la differenza può chiarirsi introducendo il concetto di depersonalizzazione e dandogli una accezione psicoanalitica. Come questa indica che l’Io è sì in procinto di sfaldarsi, ma ancora resiste (Tagliacozzo, 1976), così questi sogni segnalerebbero la dissoluzione imminente, ma non ancora avvenuta, delle capacità rappresentazionali dell’inconscio.
Dunque, dal punto di vista formale, il sogno testimonia comunque un distanziamento dalle fasi più problematiche della psicosi, sia dalla crisi che dal vuoto, sia dall’incistamento delirante che dal defekt. Dal punto di vista del contenuto, possono invece esservi sogni contrassegnati da aspetti evolutivi, ma anche sogni espressione dell’emergenza di profonde angosce catastrofiche di frammentazione. Anche in questo caso tuttavia il terapeuta ha dinanzi una buona occasione. Egli può mobilizzare i contenuti dell’inconscio, entro certa misura plasmarli, forse fare leva proprio sulla loro incompiutezza e indefinitezza. Di nuovo, emerge la necessità di un approccio dialettico: da una parte è necessario appoggiare e rafforzare la funzione narrativa che nel sogno stesso, e soprattutto nel raccontarlo, è venuta alla luce, dall’altro questa narrazione deve assumere i caratteri di una donazione di senso aperta, in grado di mantenere il contatto con l’inconscio irrappresentabile, ma anche in grado di mettere al riparo il paziente da un eccessivo avvicinamento ai suoi aspetti più angoscianti. Se possibile, un lavoro propriamente interpretativo può essere utile proprio in quanto consente, muovendosi sul piano del fantasmatico e della rappresentazione inconscia, una equidistanza dall’irrappresentabile e dal piano coscienziale, sempre pronto -quest’ultimo- a flirtare con il delirio.
c) L’intersoggettivo: la dimensione storico narrativa
Bisogna anche rammentare l’importanza per lo psicotico di comunicazioni chiare e semplici, anch’esse utili al rafforzamento della sua identità, che ripercorrano, talora attraverso la sola esposizione riassuntiva e chiarificatoria, tanto la sua storia quanto la sua quotidianità. Da questo punto di vista, e a patto di non assolutizzare quello che nel modello qui proposto è solo uno dei possibili piani del lavoro terapeutico, si può concordare con Antonello Correale laddove afferma che «nessuna terapia delle psicosi è efficace, se terapeuta e paziente non ripercorrono il momento della perdita della realtà» (Correale, 2007, p.76). Dal mio punto di vista questo non può comunque spingersi a ritenere il delirio una «metafora, che descrive (…) aspetti rinnegati e parziali del rapporto con le figure importanti della vita del nostro paziente» (p.173): tra il delirio e la storia c’è la barra dell’incomprensibile e dell’irrappresentabile!
La narrazione implica una più decisa entrata in gioco della relazione intesa come dià-logos (spazio tra le parole), e insieme implica un riferimento all’interpretazione non più solo come reimmersione nel magma, ma come ricostruzione (anche, ma non esclusivamente, della genesi della psicosi). Essa chiama in gioco quel sé del paziente di cui in altri momenti -più giocati sul piano unipatico, fusionale e arappresentazionale- avevamo accettato la scomparsa. Trovo qui una profonda consonanza con quanto sostiene David Feinsilver (1996) nell’affermare che nel processo psicoterapico con lo schizofrenico occorre cogliere il momento in cui, dopo aver condiviso col paziente il suo stato delirante, sia giunta l’ora di richiamarlo alla realtà e al riconoscimento della sua identità.
4. L’incomprensibile come categoria fondativa dell’incontro
Insomma, nell’analisi delle situazioni psicotiche è necessario collegare, come non mai, il lavoro di condivisione dell’irrappresentabile con il lavoro attraverso il linguaggio verbale, di taglio sia interpretativo che narrativo. La trasformazione dell’irrappresentabile, da forme assolute e angoscianti a forme più tollerabili, non può che passare, anche e soprattutto, attraverso la pur imperfetta mediazione linguistica. Del resto, la ricostruzione di una dialettica tra inconscio rappresentazionale e inconscio irrappresentabile, è fondamentale per ogni tipo di lavoro psicoanalitico, anche per pazienti con un apparato di pensiero ben funzionante. E’ inevitabile, però, che significative differenze si evidenzino nell’adozione degli specifici strumenti tecnici, nel rilievo che essi assumeranno e soprattutto nel ritmo complessivo della psicoterapia.
Tale ritmo è finalizzato e condizionato dalla necessità prioritaria di costruire un ambiente emotivo e affettivo che consenta al paziente di meglio tollerare l’incomprensibile e dunque di accedere alla simbolizzazione. Enfatizzerei la considerazione che la simbolizzazione è ostacolata da quanto la satura ed è favorita dall’insaturo (l’irrappresentabile). Ciò però non toglie che è proprio nell’insaturo che viene a perdersi lo schizofrenico, a differenza, ad es., dell’artista che può, sia pur con qualche rischio, controllarlo e distanziarsene, e dunque plasmarlo. Al nostro paziente, invece, viene a mancare ogni possibile base sicura, che la si colga nell’evidenza naturale e nel senso comune, o nel senso di identità, o infine in relazioni interpersonali sufficientemente buone e sufficientemente strutturanti. La tecnica terapeutica deve tenerne ben conto! E’ importante un lavoro che chiami in gioco il sé ancora integro dello psicotico per costruire insieme isole di comprensibilità da cui egli possa affacciarsi (tenuto per mano e senza sporgersi troppo!) sul mare dell’incomprensibile, in modo da apprendere a tollerare un contatto limitato e prudente con l’irrappresentabile (come accade a tutti noi) e non vivere l’angoscia di un contatto totale da cui ripararsi attraverso la costruzione di un sistema narrativo all’apparenza metaforico ma in realtà desimbolizzato qual è il delirio, per cui le cose “sono come sono” e non possono essere altrimenti, ed i simboli più arditi si riducono ad equivalenze concrete, perdendo la loro intrinseca natura polisemica. Per questo è bene dare alle interpretazioni un carattere aperto, condiviso e metaforico (il gioco interpretativo di cui sopra). La difficoltà sta proprio nel renderle nel modo più semplice possibile ma insieme far cogliere al paziente la complessità (e il piacere) di un pensiero che rimane aperto a nuove possibilità, la possibilità che l’irrappresentabile sia fonte non solo di angoscia ma anche di creatività.
A seguire, sono elencati alcuni dei possibili momenti della relazione, in un ordine che procede dall’ “informe” alla forma, un ordine beninteso mai rispettato dai possibili corsi e ricorsi del processo terapeutico.
- Essere con l’altro nell’angoscia. La condivisione dell’angoscia psicotica è forse quanto in prima battuta si è più chiamati a tollerare nell’incontro con lo schizofrenico. Il punto è garantire una presenza senza invadere, in modo che egli possa avvertire che l’incontro non mette a ulteriore repentaglio i frammenti del suo sé. Nello psicotico, anche compensato, ogni nuovo incontro, specie se in un contesto forte come quello psicoterapico o istituzionale, mette in crisi quanto rimane o quanto ha riacquisito della sua identità. Qui l’ermeneutica della parola è al servizio del livello emozionale più primitivo. Hanno valore il suono, l’interiezione, il silenzio, non la dimensione semantica del linguaggio.
- Il piano della fusionalità. Sicuramente il lavoro più importante con lo schizofrenico si svolge su tale livello. E’ tramite tale forma di unipatia, che si esprime anche nel contenere le sue sensazioni e nel prestargli il nostro apparato mentale per differenziarle e svilupparle, che riusciamo a farlo accedere ad un livello emozionale che gli era precluso nella sua variegatura e si declinava esclusivamente nella forma dell’angoscia. E’ però anche un piano pericoloso: più profondo è il livello della fusione e dell’identificazione proiettiva, più problematico sarà riemergerne e riuscire a percepire i propri confini e la separatezza del proprio sé psichico e corporeo. Proprio perché questo piano è così essenziale e così delicato, forse è maggiormente importante che entri in gioco quell’istanza dialettica qui tanto spesso invocata, ad esempio cercando di far sì che questa unipatia arappresentazionale (incapace cioè di consentire l’accesso alla autorappresentazione di un sé separato) sia progressivamente accompagnata dalla parola, utilizzata proprio per la sua funzione distanziante e separante.
- Il materiale onirico. Come già segnalato, dal punto di vista formale,il sogno testimonia pressocché sempre un distanziamento dalle fasi più profonde della psicosi, sia dalla crisi che dal vuoto, sia dall’incistamento delirante che dal defekt. Dal punto di vista del contenuto, possono esservi invece sogni contrassegnati da aspetti evolutivi, ma anche dalla emergenza di profonde angosce catastrofiche di frammentazione. Anche in questo caso tuttavia il terapeuta ha dinanzi una buona occasione. Egli può mobilizzare i contenuti dell’inconscio, entro certa misura plasmarli, forse fare leva proprio sulla loro incompiutezza e indefinitezza. Di nuovo, emerge la necessità di un approccio dialettico: da una parte è necessario appoggiare e rafforzare la funzione narrativa che nel sogno stesso e nel raccontarlo è venuta alla luce, dall’altro questa narrazione deve assumere i caratteri di una donazione di senso aperta, in grado di mantenere il contatto con l’inconscio irrappresentabile, proprio per favorirne la fluidità, ma anche in grado di mettere al riparo il paziente da un eccessivo avvicinamento ai suoi aspetti più angoscianti. Un lavoro interpretativo può essere utile proprio perché consente, muovendosi sul piano del fantasmatico e della rappresentazione inconscia, un distanziamento sia dall’irrappresentabile che dal piano coscienziale, sia dal pieno che dal vuoto.
- Co-interpretare. Tanto nel sogno come in altri ambiti, il lavoro interpretativo con lo schizofrenico può indubbiamente valersi di un aspetto creativo che rende ragione del potenziale terapeutico anche di interpretazioni alquanto fantasiose, se non bizzarre (da elargire sempre con estrema prudenza e parsimonia!). Ciò che più ha rilievo è però ancora una volta lo scambio che queste consentono all’interno della relazione terapeutica. L’accento è posto sul co-interpretare, sulla condivisione di un mondo fantasmatico di cui il terapeuta apre lo scenario. Mentre accenna al piano dell’irrappresentabile, l’analista consente anche, valorizzando la funzione narrativa, di prenderne le opportune distanze. Se invece l’interpretazione diviene assertiva, è forte il rischio che venga metabolizzata come un delirio e che, “nel bene e nel male”, ne svolga le veci conducendo a pseudoguarigioni e pseudonormalizzazioni, tanto più paradossali quanto transitate attraverso lo strumento analitico!
- La dialettica tra irrappresentabile e costruzione del senso. E’evidente quanto centrale sia la sua posizione nel lavoro con i pazienti psicotici. E’ qui beninteso che l’irrappresentabile mostra la sua più diretta filiazione dall’incomprensibile, e la sua costante tendenza a lasciarsi riassorbire in esso. Ma se la tolleranza dell’incomprensibile nella relazione con questi pazienti è particolarmente dolorosa, è anche particolarmente terapeutica. Nel percorso tipico sopra tratteggiato, lo schizofrenico procede dall’incomprensibilità originaria esplosa (all’apparenza) al momento dell’ingresso nella psicosi, sino a pervenire al delirio. In un terzo momento, grazie alla terapia, assumendo una maggiore consapevolezza ed un maggiore contatto col suo mondo emozionale, può acquisire una maggiore tolleranza dell’incomprensibile e distanziarsi dalla soluzione delirante. Certo è importante non lasciare il paziente nel vuoto totale dell’incomprensibilità originaria, e dunque consentirgli di accedere alla costruzione dei significati: non però nella forma assertiva (la quale potrebbe accomunare l’interpretazione al delirio), bensì, ancora una volta, in quella del gioco interpretativo.
- La funzione narrativa e la storicizzazione. Queste funzioni richiedono un attento raccordo tra dimensione poetante e dimensione narrante del linguaggio. Bisogna comunque rammentare l’importanza, per lo psicotico, di comunicazioni chiare e semplici. L’identità narrativa (Ricoeur, 1990) che in tal modo progressivamente si costituisce è di importanza assolutamente centrale e può rappresentare un auspicabile esito del transfert e dell’empatia. Il paziente può cogliere nella narrazione del terapeuta un rispecchiamento della sua identità. Il problema sarà come farla propria attraverso un movimento di riconoscimento e di identificazione. Per questo è importante che la narrazione si rivolga alla storia del paziente, questa storia così frammentata, continuamente infranta dall’impatto della malattia e dalla opacità del reale. È altresì fondamentale che la narrazione “passi di mano”, e che il paziente assuma su di sé l’istanza narrativa in prima battuta espressa dal terapeuta e, nell’assumerla, la personalizzi e la storicizzi. Ciò significa, entro certi limiti, la ineludibilità del confronto con il ricordo che solo può consentire la temporalizzazione, quand’anche dolorosa o nostalgica, dell’esistenza del paziente.
- Stemperare l’opacità del reale. Infine, per mitigare la difficoltà e il dolore della storicizzazione, è spesso necessario che il terapeuta si cali senza remore nel contesto reale del paziente, per meglio conoscerlo, e anche per stemperarne la pesantezza con la sua stessa presenza. Ciò può avvenire assumendo in pieno una funzione supportiva che, come si vede, non è affatto incoerente, bensì necessario complemento delle altre funzioni: contenitiva, unipatico-fusionale, interpretativa. L’aspetto supportivo può consistere nell’incontrare i familiari ed anche nell’esercitare una funzione psicoeducazionale, nel dare consigli e suggerimenti al paziente, nell’informarsi e seguirlo nella sua quotidianità.
Giunti a tal punto della nostra riflessione, possiamo tornare, forti di una concezione psicoanalitica dell’irrappresentabilità come dimensione universale dell’inconscio, all’originaria idea jaspersiana di incomprensibile. Ora infatti l’incomprensibile potrà essere colto come ciò che unisce paziente e terapeuta, e non più come ciò che li separa. L’incomprensibile è un fondamento dell’esistenza, e dunque una esperienza ubiquitaria e condivisa, che però nello schizofrenico si assolutizza, si scardina dal fondo di autoevidenza e senso comune, che caratterizzano altrettanto l’essere al mondo. Lo schizofrenico percepisce in modi estremamente più angoscianti e devastanti quel magma che fa parte anche della nostra esistenza.
La differenza tra questi due modi di percepire l’irrappresentabile è enorme, forse incommensurabile, ma quella condivisione di partenza è sufficiente per far sì che sia possibile incontrarsi senza comprendersi. Se si vuole, questo è anche un destino della condizione umana, come ci ricordano le filosofie dell’alterità, e in particolare filosofi come Emmanuel Lévinas (1971). Nel rapporto con lo schizofrenico assistiamo (e siamo chiamati a tollerare) questa stessa situazione, ma espressa in forme parossistiche ed estreme. Una psicoanalisi che ha oltrepassato la centralità dell’interpretazione ed è pervenuta ad attribuire il più rilevante potere trasformativo all’esperienza emozionale ci fornisce gli strumenti per essere nella relazione tollerando l’incomprensibile. Ma questo non significa affatto dimenticare l’interpretazione o misconoscere il potenziale trasformativo della narrazione: nella misura in cui assumiamo il carattere infinito della rappresentazione, il fatto cioè che la rappresentazione rimanda sempre all’irrappresentabile e questo di nuovo alla prima, accrescendola attraverso il contatto con un fondo magmatico e informe, possiamo assumere come compito terapeutico quello di tessere senza sosta fili di raccordo (e… di sutura) tra la rappresentazione e il suo fondo di irrappresentabilità. Ed a questa tessitura non può essere estraneo il linguaggio.
Tutto questo si traduce in una continua rimessa in gioco dell’incomprensibilità, rimessa in gioco attraverso la quale si dispiegano interventi terapeutici anche molto distanti tra loro: alcuni chiamano in causa il sé del paziente nei suoi aspetti più evoluti e si pongono sul piano della relazione interpersonale, altri vorrebbero andare a toccare gli aspetti più primitivi e destrutturati. Il modello proposto è centrato sulla scommessa e sull’ipotesi che tali modalità, che spesso rimandano a riferimenti teorici distanti se non in conflitto tra loro, non siano contraddittorie, ma derivino da una dialettica che è la stessa dell’esistenza umana e del nostro funzionamento mentale. Questa scommessa rimane incerta, essendo demandato al terapeuta l’arduo compito di costruire un equilibrio, appunto dialettico, tra questi diversi momenti dell’intervento e di adattarlo al suo paziente. Se durante tale percorso il paziente e il suo terapeuta saranno riusciti a sentire che è possibile incontrarsi senza comprendersi, forse essi avranno posto le basi per una relazione sicura e incerta nel contempo, come è ogni buona relazione umana, che possa consentire quella ricostruzione del sé, quella apertura prospettica al mondo e anche quella scomparsa\attenuazione dei sintomi psicotici che sono obiettivo della psicoterapia e, più in generale, di ogni trattamento integrato della schizofrenia, al cui interno la psicoanalisi dovrebbe sempre collocarsi.
Il paradosso della psicoterapia psicoanalitica della schizofrenia è insomma da rinvenire nel fatto che, se da un lato è essenziale la costruzione della rappresentazione (e per questo la psicoanalisi costituisce una occasione ineguagliabile[4]), dall’altro lo schizofrenico tende a concretizzare, e dunque de-simbolizzare, la rappresentazione stessa. Per questo l’interpretazione, intesa meramente come disvelamento e chiarificazione, ha una potenzialità negativa da non sottovalutare per la sua possibile collusione non solo con il registro dell’ideologia, ma con quello stesso della psicosi.
Il terapeuta dello schizofrenico deve così per primo riuscire a tollerare una comprensione di sé, dell’altro e della loro relazione che sia frammentaria e imperfetta, perché il suo paziente possa a sua volta allontanarsi dall’alternativa tra il vuoto e la ricostruzione delirante, e possa tollerare una rappresentazione infiltrata dall’irrappresentabile. In altre parole, l’analista dovrà elaborare il lutto per la psicoanalisi come forma di conoscenza totale.
Se ora conclusivamente ci ponessimo la questione dei riflessi sulla teoria psicoanalitica della clinica delle psicosi, su di un versante “demolitivo”, dovremmo riconoscerne il contributo alla profonda mutazione (se non al declino) di tre, o forse quattro, paradigmi. Il primo è l’interpretazione, di cui si è già detto, e di cui si potrebbe riassumere la profonda trasformazione nel passaggio da interpretazione satura a insatura; il secondo la rappresentazione, che abbandona definitivamente il suo ruolo centrale in psicoanalisi (congiuntamente al declino dell’inconscio rimosso, con la precisazione che l’inconscio rappresentazionale non coincide con l’inconscio rimosso, che ne va invece a costituire solamente una regione); il terzo è infine il paradigma della costruzione[5] (e insieme con esso il paradigma fenomenologico della comprensione), nella misura in cui la ricostruzione sistematica in senso dinamico della storia di vita del paziente e della sua “realtà psichica” viene sbarrata dall’attraversamento dell’irrappresentabilità e rischia piuttosto di porsi come costruzione ideologica. Ma che ne è di un quarto, fondamentale paradigma, il transfert? Il transfert (e l’interpretazione di transfert), intesi soprattutto come riferimento costante all’hic et nunc, alla persona dell’analista e al setting analitico, possono essere facilmente inglobati nei meccanismi psicotici del funzionamento mentale favorendo ad esempio idee di riferimento, tendenze proiettive e paranoidee, diffusione di identità con indifferenziazione sé-altro (senz’altro utile, come si è visto, ma solo in forma transitoria e in certe fasi regressive della relazione analitica). Da questo punto di vista si potrebbe parlare indifferentemente di impossibilità, come voleva Freud, o al contrario di esasperazione del transfert, riferendosi in ogni caso al venir meno, in forma graduata o assoluta, del “come se” simbolico[6].
Sul versante dell’innovazione, occorre invece riconoscere la capacità della clinica delle psicosi di aver favorito l’emergere di un modello i cui capisaldi hanno assunto valore generale e funzione unificante per la teoria psicoanalitica. Per parte mia vorrei riassumerli anzitutto a) nel riconoscimento della natura intrinsecamente dialettica della psicoanalisi, che si disvela soprattutto nella attivazione del circolo che dall’irrappresentabile conduce alla rappresentazione e di qui di nuovo all’irrappresentabile; indi b) nell’attenzione all’attivazione della funzione del pensare e della simbolizzazione piuttosto che al disvelamento dei contenuti fantasmatici dell’inconscio; e infine c) (con particolare ma non esclusivo riferimento al trattamento degli stati psicotici) nella valorizzazione della trasformazione del vuoto in assenza, laddove, se il primo esprime un buco nero della funzione del pensiero, l’assenza connota invece la dimensione insatura del pensiero stesso (la ricerca dell’oggetto assente…) e si pone in modo antitetico rispetto al pieno del delirio (definibile come rappresentazione senza rappresentazione), e anche al pieno della costruzione analitica.
Occorrerà certo meglio comprendere come questo common ground entri in gioco in un lavoro analitico che nondimeno deve cadenzarsi in modo specifico nel multiforme declinarsi della sofferenza mentale, dal disagio esistenziale alle più drammatiche condizioni psicotiche.
Note:
[1] Come noto, il terzo intersoggettivo o terzo analitico è anche un punto centrale della teoria di Thomas Ogden (1997). Ciò consente di ribadire l’influenza condivisa di certe concezioni dell’inconscio tanto sulla psicoterapia psicoanalitica della schizofrenia quanto sulla tecnica psicoanalitica in generale.
2 Un rimando che tuttavia non esiterei a definire solamente parziale: la narrazione, specie la narrazione che si vale della parola poetante, simbolica e insatura, ha strettamente a che fare anche con l’irrappresentabile.
3 L’espressione è presa a prestito da Andrej Tarkowskij (1986), che così si esprime, provocatoriamente, a proposito del simbolo-immagine cinematografico.
4 Si consideri quanto afferma James Grotstein: «la psicoanalisi, più di altri trattamenti, offre allo schizofrenico ciò di cui egli ha realmente bisogno-un aiuto nel recupero delle sue capacità di trovare un senso nei suoi pensieri frammentati. La psicoterapia orientata psicoanaliticamente è la sola terapia a disposizione che può aiutarlo ad arrestare la progressiva esperienza di deumanizzazione e derealizzazione che inevitabilmente si dà nel corso della malattia schizofrenica» (2003, pp.356-357).
5 Intendo il termine non nell’accezione “costruzionista”, bensì in quella che essa assume chiaramente nello scritto del ’37, in cui Freud istituisce una opposizione non con la ricostruzione (afferma infatti con riferimento all’analista: «Il suo lavoro di costruzione o, se si preferisce, di ricostruzione» p. 543), bensì tra interpretazione, riferita a un singolo evento, sogno, atto mancato del paziente e costruzione, relativa piuttosto a un intero brano della sua esistenza e alle dinamiche inconsce complessive che ne fungono da spiegazione. Per una più completa discussione del termine costruzione in Freud, vedasi Barale, 2024.
6 Se però con transfert allargato si fa riferimento alla relazione nella sua complessità, all’essere con, o al campo analitico, allora esso diviene lo strumento principale della cura, grazie in particolare alla possibilità che la relazione attivi meccanismi prima imitativi, poi identificativi e infine di differenziazione psichica.
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