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Jacques Derrida, Penser, c’est dire non, édition établie par Brieuc Gérard, Seuil, Paris 2022, 119 pp.
Che cosa viene prima, il sì o il no? L’adesione o il diniego? La fiducia o il sospetto? L’approvazione o l’opposizione? L’accordo o il disaccordo? Potrebbe riassumersi così, in breve, la domanda di ricerca sottesa a questo breve ciclo di lezioni in quattro sedute, proposto da un giovanissimo Jacques Derrida alla Sorbona nell’anno accademico 1960-1961. Lo spunto è una citazione dal filosofo Alain (Émile-Auguste Chartier), che dà il titolo al corso: “Pensare è dire di no” e forse anche dire di no presuppone una qualche affermazione, un sì detto ad altro, per esempio ad un valore alternativo. Forse non a caso il corso di qualche anno dopo sarà dedicato all’interrogativo: “Si può dire di sì alla finitezza?” (anno accademico 1962-1963).
Interrogarsi sul sì e sul no, come atti o perlomeno stimoli per il pensiero, significa anche indagare la menzogna, l’impostura, l’apparenza, l’errore, oltre che la confutazione logica, la negazione e magari anche la rinuncia a parlare, il silenzio, la sottrazione, l’afasia. Significa porre le questioni fondamentali che riguardano, sì, l’atto del pensare, ma anche il modo del porsi, del parlare, del confrontarsi con gli altri, del credere e far credere, del condurre e dell’indurre.
Come Derrida evidenzia nella prima lezione di confronto con Alain, dire di sì è piegarsi all’obbedienza, asservirsi, adeguarsi, il no è invece sempre contrapposto al tiranno o al predicatore, quali che ne siano le vesti, cioè a chi vuole impedire l’autonomia e l’autarchia. Dire di no è il risveglio della coscienza – di soprassalto – dal sonno accomodante del mondo così com’è: la coscienza è in sé rifiuto. Con un gioco di parole Derrida evidenzia che “il rigetto [rejet], se volete, è la forma stessa del progetto [projet] della coscienza” (p. 27), una coscienza che in realtà nega innanzitutto il suo aver creduto troppo facilmente alle apparenze e al loro invitare all’acquiescenza del cedimento disfattista. In questo senso il no del pensiero è rivolto innanzitutto a sé stesso, alla sua iniziale ingenuità inindagata, a quell’assopimento dogmatico da cui occorre sempre risvegliarsi.
Già la percezione del mondo è in fondo una critica dell’apparenza, una contestazione del fenomeno, interrogato e sollecitato a rispondere alle mie richieste, un’incredulità indagante che prende sempre le mosse dal dubbio, “salvezza del pensiero, più che il suo strumento” (p. 39). E peraltro il no che apre lo spazio assiologico del valore non può a sua volta che credere a un altro orientamento fondandolo affermativamente, in un capovolgimento della certezza e del dubbio, fino all’irriducibile primalità del sì (cfr. pp. 55-56).
Quasi l’intera storia della filosofia è convocata a fare da sfondo alle riflessioni sullo scetticismo o la sofistica, su Socrate, Platone, Agostino, Cartesio, Montaigne o Pascal, Kant e Hegel, Hamilton e Sigwart. Ma sono soprattutto i filosofi del Novecento a costituire il contesto in cui è collocata la citazione di Alain che è al centro dell’attenzione: il Bergson del nulla come illusione e della negazione come prodotto del linguaggio, dell’intelligenza, dell’azione, della società; lo Husserl di Esperienza e giudizio con la sua tematizzazione dell’antepredicativo e della certezza dossica; lo Heidegger dell’angoscia; il Sartre della libertà negatrice e del capitolo sulla negazione de L’essere e il nulla.
Nell’introduzione il curatore francese sottolinea che si tratta, dal punto di vista cronologico, del “primissimo testo del corpus derridiano” (p. 8), visto che queste lezioni precedono i primi saggi filosofici da lui pubblicati. Inoltre il curatore ne evidenzia già anche un tratto caratterizzante nell’esposizione dei problemi, che sarà poi distintivo del suo stile di pensiero successivo, quasi già “il marchio di una scrittura decostruttrice che precede la pubblicazione dei suoi testi fondamentali” (p. 15). Velocemente sono state approntate traduzioni in tedesco e in spagnolo (Denken heißt Nein sagen, Passagen, Wien 2023; Pensar es decir no, Herder, Barcelona 2024); verosimilmente seguiranno presto edizioni in altre lingue per questo piccolo esercizio di pensiero che sa già porsi con disinvoltura nel dibattito filosofico dei primi anni Sessanta del secolo scorso – è significativo che già compaia, anche se un po’ enigmaticamente, il riferimento a Levinas (p. 95) –, una costellazione che ha comunque ancora molto da insegnarci.
Recensione di Gabriella Baptist









